Con l’autorità a me concessa al cospetto della nostra protettrice battezzo te contradaiolo a vita: possa quest’acqua trasmetterti la fede e la forza per difendere in ogni circostanza i tuoi colori, l’indipendenza, il prestigio e di esaltarne sempre la sua tradizione gloriosa.
È questa la formula del battesimo contradaiolo di una delle dodici contrade di Fucecchio. Ma cosa si intende per “battesimo contradaiolo”? Nella vita di un non contradaiolo, al massimo, c’è il battesimo religioso, quello cattolico. Non c’è spazio per questi riti laici, che però nelle contrade hanno un grande valore, perché praticamente sigillano a vita il rapporto tra la persona e la sua contrada. E infatti, nel Palio non si dice “Io tifo la contrada x” ma “io sono della contrada x”, a dimostrazione di un legame viscerale e profondo. Si è della contrada, si vince e si perde assieme ad essa, si piange e si ride per quest’ultima.
Il battesimo contradaiolo a Fucecchio ha preso campo negli ultimi anni, mentre a Siena è una certezza vedere un bimbo appena nato essere “vestito” col fazzoletto di contrada, annodato per l’occasione (e da non sciogliere mai). A Fucecchio capita di vedere persone di quarantant’anni “battezzarsi”, cose che nel 1981 (quando nacque il Palio) nessuno avrebbe nemmeno immaginato. A “guidare” questa cerimonia è il presidente, che pronuncia una formula di rito e poi “omaggia” il battezzando di un fazzoletto di contrada e di una pergamena celebrativa. A quel punto il contradaiolo sarà tale a vita, perché ha suggellato un rapporto di dedizione ai valori della sua contrada. Sembra assurdo e forse un po’ lo è. Ma nel Palio la componente razionale spesso lascia spazio a quella emotiva, il cervello si fa guidare dal cuore.
Se questo si potesse riassumere con un motto, sarebbe “Semper Fidelis”, locuzione latina che sanciva l’eterna fedeltà al comandante, diventata celebre nel mondo come motto dei Marines americani. Ma le particolarità dell’universo Palio non finiscono qui: ogni anno, per circa una settimana, c’è una persona in ogni contrada che si trasforma in un “amuleto vivente”.
È il “fortunello”, il contradaiolo che durante l’assegnazione dei cavalli va a prendere il barbero avuto in sorte, insieme al barbaresco. Materialmente il fortunello non incide sulla dea bendata, perché sono dei bambini ad estrarre le palline dall’urna. Però su di lui “convogliano” i flussi di ogni altro contradaiolo, che spera di avere il cavallo futuro vincitore. C’è anche un coro che fa “A noi del cavallone non ce ne frega niente, porta quello vincente”.
Ed è così, perché alla fine il cavallo migliore non è il più forte ma quello che arriva per primo sul paletto. A scegliere il fortunello è il capitano (e non il presidente): se il capitano è il “generale di contrada”, il fortunello è il “messaggero” della stessa, che va a “parlare” con la dea bendata, affinché questa si tolga la benda e guardi
con benevolenza quel popolo trepidante. A volte ci riesce, a volte prende un due di picche clamoroso.
Ma anche questo è il bello del Palio: la dea bendata dà, la dea bendata toglie. Ed anno ogni è così, in un rito cristallizzato che toglie il respiro a migliaia di persone.
