NON SPOGLIATE QUEL FANTINO
Nei tornei contradaioli è uno dei più forti di sempre. Alla vigilia del Palio di Siena del 16 agosto, JONATAN BARTOLETTI racconta la sua ascesa dalle stalle alle stelle, e la fatica di essere il primo cavaliere
Il primo cavallo me lo regalò mia madre a 3 anni. Era a dondolo. Lo smontai e me lo portai a letto. Ci dormivo assieme». Da allora, Jonatan Bartoletti detto Scompiglio ha montato centinaia di cavalli. Prima come appassionato, poi come professionista, inne come uno dei fantini più forti di sempre. Uno dei pochissimi che sono riusciti a vincere tre Palii di Siena di la. Dopo i due del 2016, il 2 luglio ha trionfato con la Contrada della Giraa, in sella a Sarbana. Eppure, il fantino sembra quello che forse si gode meno il successo. In piazza del Campo, dove subito dopo la vittoria è impegnato a non farsi spogliare completamente dalla folla in cerca di una reliquia del trionfo, e nelle settimane successive: «Non ho ancora staccato neanche un giorno, in vista del Palio del 16 agosto», spiega il 36enne che si divide tra la sua Pistoia e Siena. «La sveglia è rimasta ssa alle 5 di mattina».
Cosa fa a quell’ora?
«Monto i cavalli della mia scuderia, prima che faccia troppo caldo. Faccio quattro o cinque uscite da 40 minuti ciascuna. Poi pranzo leggero. Il pomeriggio lo dedico alla preparazione sica: corsa e palestra. Prima di andare a dormire, faccio un’ultima cavalcata d’allenamento in salita. La domenica, riposo». Come ha iniziato? «Ho cavalcato sin da piccolo. La mattina andavo a scuola, il pomeriggio in scuderia, con una netta predilezione per la seconda». Sembra l’infanzia di un giovane nobile… «Ma io non venivo da una famiglia ricchissima: vivevo con mia madre e mia sorella. Mio padre ci ha abbandonati quand’ero un neonato. A 16 anni, visti i magri risultati all’istituto agrario cui ero iscritto, mia madre mi impose di scegliere: “O studi o vai a lavorare”». E lei? «Trovai impiego in un vivaio, rimasi per 5 anni. Il pomeriggio però montavo i cavalli». La prima gara? «A Pistoia, nella Giostra dell’Orso. Ero minorenne. Per correre mi serviva l’autorizzazione di un familiare. Mia madre si riutava, aveva paura. Così ho chiamato il marito di mia sorella, che ha rmato al posto suo».
Sua madre si è ricreduta?
«Sì, e due anni dopo è stata lei a regalarmi il mio primo cavallo, con i soldi della liquidazione». Nel frattempo lei lavorava? «Sempre. Ho fatto il maniscalco, poi il muratore, per cercare di andare in pari con le spese di gestione dei cavalli». Come è arrivato al Palio di Siena? «Dieci anni fa, la Contrada del Leocorno mi chiama per il Palio. Io lo corro e lo vinco da debuttante. Scompiglio tutte le previsioni, battendo fantini già aermati. Da qui è nato il mio soprannome. Da allora ho smesso di attaccare piastrelle». Cambia contrada ogni anno? «Dipende. Pochi giorni prima del Palio, scelgo il cavallo più adatto al mio sico e alle mie capacità. Poi, dopo che è stato assegnato, chiamo i responsabili della contrada, chiedendo se posso correre per loro». Sua moglie Marzia la guarda in piazza del Campo? «No, lei guarda il Palio sempre in Tv, non resisterebbe alla tensione. Mia madre spegne la televisione. Aspetta la mia telefonata…». All’ultimo Palio, moltissimi hanno «tifato» Tornasol, il cavallo debuttante che si è riutato di correre. «Può capitare che un cavallo faccia le bizze. È meglio averlo fatto uscire che rischiare che si facesse male». A proposito di farsi male. Lei è stato squalicato per 10 anni dal Palio di Asti, dopo l’incidente che causò la morte del suo cavallo. «Negli anni ho ricevuto centinaia di insulti e minacce. Chi me li ha lanciati non capisce che noi fantini trattiamo gli animali con passione e amore. Il cavallo ci dà lavoro, come facciamo a non trattarlo bene?». Costringendolo a correre, magari? «Ma il cavallo da corsa è nato per correre. Più che nel Palio, vedo più crudeltà negli zoo, o nel chiudere un cane in una casa…». Lei quante gare disputa durante l’anno? «Una decina in tutto». Farà un sacco di soldi… «Preferisco non parlare di cifre. Il mio è un lavoro a chiamata. Ci sono gare in cui vinci e altre in cui non riscuoti niente. Passi dalle stelle alle stalle. E per di più la stalla te la devi pagare tu».
Fonte: Vanity Fair
