“IL FIORE
Dobbiamo salutare il Fiore.
Scusate, non eravamo pronti per farlo ieri e non siamo pronti nemmeno oggi.
Dobbiamo farlo, però, nonostante sia troppo giovane per passare da queste righe.
Possiamo farlo, però, perché nei suoi anni da giovane senese, il Fiore ha scritto pagine indelebili nei libri delle nostre vite.
Perché Lorenzo Fiorai, liceale, chiocciolino, goliardo nei secoli ne ha veramente scritte tante.
Lo sapete.
Matricola nel 2003, Baliota nel 2006 agli ordini di Benedetto Rugani, con gli indimenticabili colori panna e fragola. La situazione era però sui generis. Lorenzo era in Balìa a quattro bolli ma aveva la stessa età di Betto Prence. La sua natura purtroppo era polemica. Molto.
Non c’era nessun filtro con lui. Quando cominciava la riunione del PBQS 2006, classicamente a casa del Ciacci, scattava subito la discussione. Per proseguire quindi c’era bisogno spesso di esiliarlo direttamente in terrazza, spingerlo alla nudità e passare oltre. Tutto si placava poi, perché comunque alla fine di quelle riunioni arrivava il momento in cui si metteva a cucinare il Fiore. Minuziosamente rispondeva alle richieste della squadra: “Le patatine, quelle fine. Mi raccomando.” chiedeva ogni volta il Berno.
Chiaramente svanì presto anche la voglia di andare a fare i contributi. Allora con qualche collega baliota ci fu l’accordo: “Vai te a farli, io me la cavo da me.”
A lui infatti piaceva gestire; e così decise di gestire il racket dei biglietti della lotteria. Tutta roba regolare, chiaramente, ma per quei maledettissimi blocchetti della lotteria, l’incubo di ogni matricola, si doveva passare dal Fiore. Non si poteva sgarrare.
Dichiaratamente di sinistra. Meglio, Compagno.
Tifoso della Fiore, intesa come Fiorentina.
Dialettico e mordace, anche in Contrada.
Non un tipo da trattativa.
Dietro al Fiore si andava ad oltranza, verso l’unica direzione, senza compromessi.
Nell’organizzazione di una festa del Liceo c’era qualche vecchio che non voleva che fossero serviti alcolici, casomai qualcuno si fosse ubriacato troppo.
Arriva la risposta a freddo in mail del Fiore: “Mi dispiace, non ci sarà nessuna festa senza alcool. Non esiste una festa senza alcool.”
Dopo cinque minuti l’alcool c’era, prenotato in ingente quantità.
L’inizio con le Feriae Matricularum era stato abbastanza traumatico: c’era da superare le obiezioni paterne. Tenutosene lontano fino a Gennaio, senza dire nulla a casa si presentò una sera a Stanze iniziate e subì immediatamente la ritorsione dei propri fagioli che attendevano da mesi il pasto di tanto ambita preda.
Alle una di notte, rincasato in bagno a pulirsi di nascosto, vide la porta aprirsi di scatto. Suo padre lo scorse. Era completamente ricoperto di vernice. “Lorenzo, ma che fai?” “Le Feriae Babbo, fo le Feriae!”.
Chiaramente vi erano anche dei difetti, non prendiamoci in giro. Secondo i suoi amici, Lorenzo Fiorai potrebbe essere stato potenzialmente uno dei peggiori attori nella storia della goliardia senese: sicuramente ha recitato in una scena che macchiava la bellezza dell’Operetta 2005, tanto da essere soprannominata alle Stanze “La scena degli Albanesi”. Non si è mai capito se per la parte incentrata sul tema dell’immigrazione o per un dispregiativo che andava a rimarcarne la bruttezza nell’interpretazione. D’altronde era così orgoglioso della sua prima macchina, una Innocenti 1000 tutta scassata, che anche a lui non sarebbe cambiato nulla.
Infatti nell’eterna diatriba fra essenza ed apparenza, non c’è nemmeno da dire da che parte stesse il Fiore. Ad una delle ultime feste degli Auguri a cui presenziò, considerato ancora studente e decisosi a partecipare giusto nel tardo pomeriggio, evitò accuratamente di indossare il gradito abito scuro, senza il quale non si può nemmeno entrare. Si presentò con una giacca, pantaloni neri della tuta, e Vans ai piedi.
Nessuno disse pio: il Fiore può fare quello che gli pare.
Per una delle classiche trasferte al Carnevale di Venezia arrivò in pullman vestito semplicemente con un’orrenda tunica bianca, qualcosa che neanche lui stesso riuscì a definire. Non contento, sbarcati tutti in Laguna, durante uno dei classici assalti a qualche ragazza del Ciacci, Lollo disse ad un capelluto Pagni: “Oh Duccio, ma quanto è brutta quella citta che falca Marco, sembra un omo!”. Non si era accorto che quello con cui parlava non era assolutamente Duccio Pagni; portava certamente i capelli lunghi, ma era proprio quella citta che falcava Marco.
Un’altra sua grande qualità era quella di unire la testa da capo al braccio del lavoratore.
Il vero Presidente operaio, degli anni berlusconiani, era proprio lui.
Così, svestiti i panni da leader del Liceo, si era fatto le ossa anche da scenografo, tagliando pannelli, dipingendo con precisione meticolosa. Insieme al Berno erano diventati due architetti del bollore. Con il fratellino Ciccio Neri che nel 2008 finanziava i pranzi di tutto il gruppo di lavoro. Meticoloso e preciso, dietro alle scene di tante operette, anche per un consulto arrivava il Fiorai. Era meglio chiamare il Fiorai.
Lui arrivava e sanciva, come sempre, la direzione giusta.
La Serenissima ricostruita magistralmente nel 2006 è costata tanto olio dei gomiti di Lollo.
Teatrale nei modi, quasi scenico. Fortemente determinato ad arrivare dove c’era da arrivare. Ansioso di arrivarci, diventava perfezionista. Un selvatico e brusco sognatore, generoso nel rendere felice chi gli stava intorno. Di conseguenza, intorno, aveva tutti.
Quello che non sta scritto da nessuna parte, ma rimarrà agli atti del tempo, è che se ci sono stati tanti giovani che si sono precipitati al Nannini negli anni Duemila, uniti come da un unico filo e pronti a tutto, è stato merito di quello che Lorenzo ha costruito pezzo dopo pezzo negli anni, con il rimbombo dei canti nelle stanze del Liceone, senza troppo astio, come amava sottolineare. Perchè bisogna colpire il cuore, non la testa.
Non si può infatti separare il Fiore dall’immagine del Presidente del Comitato del Liceo Classico.
Tanti si sono formati in bianco e verde e poi precipitati tra le braccia di Gaspero. Il Fiore ha avuto l’onore, che spetta soltanto a pochissimi, di esserne stato Presidente. Succede una volta ogni vent’anni, oramai. Ma per tutti i Liceali, sotto sotto, c’è solo un Presidente davvero, ed è Lorenzo. La più semplice rappresentazione di ciò che significhi essere un mito.
Era infatti il motore immobile del Liceone, quando lo frequentava. Osannato dalle ginnasiali impazzite (e ricambiate), adorato dai bidelli che gli mettevano le chiavi in mano, Lorenzo comandava un intero istituto scolastico. Gli insegnanti infatti stravedevano per questo magnetico ragazzo che al Piccolomini aveva deciso di starci un anno in più, perché era troppo bello passare le giornate col Berno, Mammo e Ciufa.
Tutta la scuola era con lui, soprattutto Preside e professori.
Ed è tutto normale.
Perché anche se possono sembrare solo cavolate per ragazzi perditempo, tutto ciò che facciamo nel mondo della goliardia ha un senso. E il senso a tutte queste cose lo danno le persone come il Fiore che hanno il coraggio di crederci per davvero, fino in fondo.
Perché prima o poi te le trovi accanto, e allora finisci per crederci anche te.
Ci credi che vale la pena stare le notti a bere al Bar Centrale per scrivere con Roby o Duccino. Che vale la pena chiudersi nelle Stanze di Fortezza ad inchiodare pezzi di legno.
Che vale la pena candidarsi a Principe, e non farcela, come ha fatto lui nel 2008, durante un mese di Senati burrascosi.
Che vale la pena anche perdere qualche battaglia nella vita per imparare a non mollare fino alla fine.
Ma ciò che di più prezioso ci rimane di Lorenzo, oltre a Santi che sarà sicuramente uno libero come lui, è che ci ha insegnato a guardare le persone come lo scultore guarda un blocco di marmo da cui deve ricavare un capolavoro.
Noi vediamo tutti i giorni tanti blocchi di marmo, ci scansiamo e non andiamo a fondo: nei rapporti ci fermiamo alle apparenze.
Fiore si era invece dato una missione: cercare la Bellezza dentro a tutti quelli che incrociavano la sua strada.
Se avete avuto questa fortuna, sapete benissimo che è così.
Se non vi fosse successo, credeteci, lo ha proprio detto lui. Lo ha scritto nella sua lettera ai Liceali, lo ha fatto con chiunque di voi abbia mai parlato. Vi ha conosciuti e scoperti, vi ha compresi e analizzati, vi ha capiti e vi ha sorriso, distogliendo un po’ lo sguardo, con il suo movimento più spontaneo.
Ed è per questo che alla fine tutti avete provato ad aiutarlo.
“La bellezza” ha scritto “è insita ovunque, anche nelle persone che ad un primo impatto sembrano così diverse e così lontane da noi.”
E lui, nel suo motto preferito, aveva messo in chiaro anche da dove partire per andarla a cercare.
Ab imo pectore.
Dal profondo del cuore.
Fiore, sorrido e penso che..
..che ti ricorderò.
Nemini Parcetur”
