L’intervento del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, su “Il mio Corriere”, l’inserto speciale per i 150 anni del Corriere della Sera.
Quando il direttore Luciano Fontana mi ha chiesto, in poche battute, di ricordare un episodio legato al mio rapporto con il Corriere o con i suoi giornalisti, mi è tornato subito alla mente ciò che è successo il 22 ottobre di quasi quattro anni fa. Per me non è stata proprio una giornata qualunque, ma una di quelle che si ricordano per sempre e che rimangono scolpite nella memoria di una persona, soprattutto di chi ha dedicato gran parte della propria vita al servizio dei cittadini e della Nazione.
Il 22 ottobre 2022 ho giurato nelle mani del Presidente della Repubblica come Presidente del Consiglio dei Ministri. Se ripenso a quelle ore, faccio fatica a descrivere le emozioni che ho vissuto. Ricordo, però, nitidamente due cose che ho provato e provo tuttora: l’orgoglio di servire una grande Nazione come l’Italia, la responsabilità di un incarico che fa tremare i polsi e ti mette alla prova ogni giorno.
Ma quel giorno è accaduto qualcos’altro, forse più importante. Un fatto che le cronache giornalistiche hanno sbrigativamente descritto come il mio «primo atto da premier» ma che con l’incarico che avevo assunto poche ore prima non aveva nulla a che fare. Perché quando mi sono recata, subito dopo il giuramento, a Testaccio per il funerale di Francesco Valdiserri, il figlio diciottenne di due bravissimi colleghi del Corriere, Paola Di Caro e Luca Valdiserri, rimasto ucciso due giorni prima in un drammatico incidente stradale, non stavo facendo nulla di politico o di istituzionale. Stavo facendo quello che qualunque mamma e amica, perché è l’amicizia il sentimento che mi lega a Paola e a suo marito, avrebbe fatto. Essere al fianco di una madre e di un padre a cui era accaduta la cosa peggiore che possa colpire un genitore: perdere il proprio figlio. Un dolore così grande che non esiste una parola per definirlo. Perché se un coniuge perde l’altro è un vedovo o una vedova, se un figlio perde la mamma o il papà è un orfano, ma quando un padre o una madre perdono un figlio, allora non esiste nel vocabolario una parola che lo descriva. È un dolore lacerante che l’uomo non è mai riuscito a codificare in una parola. Perché non è naturale sopravvivere al proprio figlio: è qualcosa di impensabile e di inconcepibile, come il dolore che si prova.
Ho conosciuto Paola in Transatlantico, in quel «corridoio dei passi perduti» di Montecitorio dove i cronisti intercettano i parlamentari per tentare di strappare un retroscena. E con lei si è instaurato subito, pur nella differenza dei ruoli, un rapporto di rispetto reciproco. Paola è una giornalista scrupolosa, intellettualmente onesta, capace di scovare la notizia. Caratteristiche che solo i giornalisti di razza hanno, e che sono la forza vitale di ogni testata.
Come il Corriere, che nella sua gloriosa storia non ha mai dimenticato la sua missione fondativa: informare i cittadini in modo autorevole e contribuire alla forza e alla solidità della nostra democrazia.
