Italia: ECAD, Incontro internazionale di alto livello sulla prevenzione e il recupero dalle dipendenze

Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, questa mattina ha aperto i lavori dell’Incontro internazionale di alto livello sulla prevenzione e il recupero dalle dipendenze, promosso da Italia e Francia, co-fondatori della Coalizione Europea contro le Droghe (ECAD), in corso a San Partrignano.

L’evento si è concluso con l’intervento del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano e l’adozione della “Dichiarazione ECAD sulla prevenzione e il recupero dalle dipendenze”.

[L’intervento del Presidente Meloni]

Autorità, delegati, cari amici,

benvenuti in Italia e benvenuti a San Patrignano!

Grazie ai “padroni di casa”. Grazie a Letizia Moratti, a Vittoria Pinelli, a Carlo Clavarino. Grazie soprattutto ai ragazzi e alle ragazze della Comunità. Grazie perché in questi mesi siete stati ancora più straordinari del solito, con l’ospitalità, con la disponibilità che avete garantito in ogni fase dell’organizzazione di questo evento.

Voglio ovviamente salutare tutte le Autorità che sono preseti qui. Vedo diversi Ministri, Sottosegretari del Governo, il Presidente de Pascale, il Sindaco, il Presidente della Provincia. Saluto ovviamente tutti, e li ringrazio per la loro presenza, ma ringrazio e saluto soprattutto le tante delegazioni che sono venute qui oggi e che hanno accolto il nostro invito.

Quando, con il Sottosegretario Mantovano, che pure devo salutare ma soprattutto ringraziare per il lavoro straordinario che sta portando avanti proprio sul tema della lotta alla droga, ci siamo chiesti quale potesse essere la sede migliore per ospitare in Italia il primo di una serie di incontri che la Coalizione Europea contro le Droghe intende promuovere, la nostra mente è andata naturalmente a questo luogo. 

Perché San Patrignano è stata una realtà pionieristica e perché rappresenta qualcosa di unico, qualcosa di eccezionale. Ci è sembrato naturale e utile mostrare ai partner della Coalizione questa realtà per comprendere concretamente che cosa intendiamo quando parliamo di “recupero”.

Recupero ha la stessa radice del latino “capere”, prendere. Recuperare vuol dire ri-prendere, ri-conquistare. Recuperare per i latini significava tornare in possesso di qualcosa che era stato perduto o rubato. Ed è esattamente quello che accade qui, ogni giorno, da circa cinquant’anni, all’interno di questo luogo. A chi arriva su queste colline nessuno chiede di cancellare il proprio passato, nessuno chiede di aggiustare qualcosa che si è rotto. A chi arriva qui viene chiesto di andarsi a riprendere la propria vita, pezzo per pezzo, tutto quello che la droga ha strappato via: la dignità, prima di tutto, la responsabilità verso gli altri, il coraggio di scegliere la libertà ogni giorno in luogo della schiavitù e poi la pace con il proprio passato, che serve come precondizione per la voglia di un futuro, insieme alla consapevolezza che nessun futuro è possibile se non si comincia da qui e da oggi.

Ecco quello che insegna a chiunque questo luogo, e questa è la ragione per la quale io sono orgogliosa di aver acceso i riflettori dell’Europea su questo posto, sulla sua storia, su quello che insegna.

È per questo che sono orgogliosa che così tante delegazioni abbiano accettato il nostro invito e che siano venute qui a visitare questa fabbrica di speranza e di libertà che aiuta chi si è smarrito a ritrovare la propria strada.

Com’è accaduto a Jessica, che è qui tra noi, che saluto ovviamente con affetto. Jessica è arrivata qui alla Vigilia di Natale di undici anni fa. A 26 anni pesava 35 kg, ferita da anni di cocaina. Procurarsi una dose, come per molti dei ragazzi che sono arrivato in questo luogo, era diventata l’unica ragione di vita. Finché, una notte, ha toccato il fondo. La tenda in cui si era ritrovata a vivere viene spazzata via dal temporale. E lei si scopre sempre più sola, ad urlare disperata per le strade di Sassari, la sua città. Finché qualcuno non ascolta quel grido. La salva. Le dà un tetto per la notte e insiste affinché torni a casa, da sua madre, che la convince a venire a San Patrignano. E qui Jessica torna a lottare, a  vivere, a sperare. Ed è qui che realizza i suoi due sogni più grandi: diventare madre e fare quello che può per impedire che altri giovani vivano quello che ha vissuto lei.

È una delle storie dei tanti figli di San Patrignano. Jessica è uno dei tanti ragazzi, delle tante ragazze che hanno qui trovato la forza per rimettersi in piedi, ricominciare e farlo quando tutti pensavano che non fosse possibile. A lei e agli altri ragazzi voglio dire questo. Guardatevi oggi: Ministri, funzionari, esperti vengono qui da tutta Europea a imparare qualcosa da voi, perché voi avete qualcosa da insegnare. Perché la vostra sofferenza, la vostra determinazione, il vostro amore hanno qualcosa da insegnare a queste persone. Dovete essere fieri di voi, perché siete diventati un esempio. E quanto a noi – questo lo dico ai colleghi, a maggior ragione perché questi ragazzi, con il loro sacrificio e con la loro sofferenza, lo meritano -, noi abbiamo il dovere di mettere in campo tutta la nostra determinazione per combattere ogni droga e per stroncare quei traffici illegali che alimentano le dipendenze e rendono schiave le persone per soldi. Siamo qui per questo.

Poco più di un anno fa, a Copenaghen, Italia e Francia, – e voglio chiaramente mandare il mio saluto anche al Presidente Emmanuel Macron, che ringrazio – hanno proposto ai partner della Comunità Politica europea di dare vita alla Coalizione europea contro le droghe. Non una dichiarazione di intenti, come tante se ne sottoscrivono, ma una piattaforma operativa che aveva un obiettivo chiaro: contrastare con ogni mezzo una minaccia che non conosce confini e che nessuna Nazione può efficacemente combattere da sola. La risposta dei nostri partner è stata molto incoraggiante e oggi la Coalizione può contare sull’adesione e sul contributo di ben 35 Nazioni.

Poi sei mesi fa ci siamo rivisti a Yerevan, in Armenia, e in quell’occasione abbiamo definito insieme le tre direttrici di intervento sulle quali avremmo concentrato i nostri sforzi. 

La prima è la lotta ai traffici, a partire da quelli via mare, dove passa circa l’80% delle droghe che entrano illegalmente in Europea. Abbiamo deciso di rafforzare la sicurezza dei porti, di coordinare al meglio la nostra presenza in mare, anche contro i nuovi mezzi dei trafficanti.

La seconda direttrice è l’aggressione ai patrimoni dei trafficanti, seguendo la geniale intuizione di due straordinari magistrati italiani antimafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che ci hanno insegnato che se vuoi sconfiggere un’organizzazione criminale, la prima cosa che devi fare è “follow the money”, ossia devi seguire i soldi, tracciare il flusso di denaro. E, quindi, più sequestri, confische, maggiore cooperazione finanziaria, anche sulle criptovalute. 
Il terzo pilastro del nostro impegno è quello che ci ha portato ovviamente qui oggi, è quello legato alle politiche di prevenzione, di cura e di recupero.
Perché anche in tema di droghe noi ci troviamo di fronte a un cambiamento d’epoca. Oggi stiamo vivendo un cambiamento d’epoca. Le droghe di oggi non sono più quelle di trenta, quaranta o cinquant’anni fa, quando un grande italiano come Vincenzo Muccioli ha fondato con generosità e coraggio questa realtà. 

Le droghe di oggi sono molto diverse. Sono più potenti, sono più economiche, sono più accessibili, in alcuni casi sono anche socialmente accettate. Le sostanze sintetiche cambiano molto più velocemente di quanto le nostre norme riescano a fare per inseguirle. Grazie all’intelligenza artificiale nuove molecole droganti vengono immesse sul mercato, fruiscono di un tempo di “libera circolazione”, prima che vengano intercettate dalle forze di polizia – che pure ringraziamo e salutiamo -, catalogate come stupefacenti, inserite nella tabella che le rende illecite. I derivati della cannabis, che qualcuno si ostina ancora irresponsabilmente a definire droghe leggere, hanno una percentuale di THC, cioè di principio attivo, in media 30 volte più alto rispetto a quello di qualche decennio fa. Si abbassa sempre di più l’età del primo consumo e la diffusione tra i minori è endemica. Le vecchie dipendenze si intrecciano con le nuove, come quelle da social, da gioco d’azzardo, generando fragilità, problemi completamente nuovi, estremamente complessi. 

È chiaramente uno scenario allarmante, ma che troppo spesso non viene percepito come tale. Anche per quello che, in troppi contesti, si continua a dire. Cioè, che la droga sarebbe una scelta di libertà. Addirittura, quasi un diritto da garantire. Penso che i ragazzi che sono qui sappiano meglio di me perché non è vero. Penso che chi ha sperimentato davvero quel mondo sa che la droga non ha nulla, ma proprio nulla a che fare né col concetto di libertà né col concetto di diritto. Perché la droga ti rende uno schiavo, e gli schiavi non sono liberi e non hanno diritti per antonomasia. Noi non dobbiamo avere paura di dire la verità su questo, perché ogni volta che la droga viene banalizzata o che viene addirittura nobilitata, associata a un comportamento vincente, c’è una persona che rischia di essere abbandonata di fronte a un pericolo che potrebbe travolgerla. 

Ed è questa la scelta che ha fatto l’Italia, valorizzando le esperienze più riuscite e le migliori pratiche, che oggi siamo qui per mettere a disposizione di tutti i nostri partner. 

Abbiamo assicurato al sistema nazionale contro le dipendenze le risorse più consistenti di sempre, oltre 210 milioni di euro solamente nel 2026. Questo ci ha consentito di assumere nuovo personale nei servizi pubblici, sostenere concretamente le comunità terapeutiche, garantire a chi chiede aiuto la libertà di scegliere il percorso più adatto a quella persona anche quando è lontano da casa. 

Abbiamo rafforzato il Sistema nazionale di allerta rapida sulle droghe, che individua le nuove sostanze, i nuovi modelli di consumo, prima che diventino un’emergenza, segnala alle strutture competenti le informazioni fondamentali per reagire. 

Due anni fa alle Nazioni Unite abbiamo offerto ai nostri partner la possibilità di condividere questa esperienza. E un mese fa, insieme all’Agenzia Europea sulle Droghe abbiamo, accolto a Roma esperti di sette Nazioni partner per condividere questo modello. 

Dopodiché, però, prevenire significa anche sapere agire prima che un pericolo esploda.

Ed è questa la ragione per cui voglio ricordare anche che siamo stati i primi in Europa a definire un Piano nazionale contro l’uso improprio di fentanyl e degli oppioidi sintetici. Abbiamo informato, formato gli operatori, reso disponibili gli antidoti. E oggi rafforziamo i controlli anche sulla custodia di queste sostanze, soprattutto negli ospedali e nelle strutture sanitarie, perché non finiscano nei circuiti illegali per trasformare in zombie migliaia di persone. 

E dato che la dipendenza non è, come dicevamo, una condanna irrevocabile, abbiamo approvato una legge che accresce e rende semplice e più seria, rispetto a quanto accaduto finora, la possibilità per un tossicodipendente che abbia commesso reati, spinto dall’uso delle sostanze, di scontare in una comunità tutta la pena che gli è stata inflitta o la pena che gli rimane. Perché la pena deve saper aprire anche una strada di ritorno e perché il carcere non può essere l’unica risposta alla dipendenza. Luoghi come questo, realtà come San Patrignano, dimostrano da decenni che è possibile immaginare un’alternativa più efficace. 

È possibile liberarsi dalla dipendenza, è possibile vivere una vita libera dalla droga.

E lo ribadiamo qui, cari amici, anche per rilanciare il nostro impegno. 

La Dichiarazione finale che ci accingiamo a sottoscrivere fissa i principi che orienteranno i nostri prossimi passi.

Primo: ancora la prevenzione. Che deve venire prima di tutto, e deve cominciare il prima possibile. Deve parlare ai giovani, alle famiglie, alle scuole, alle università, deve raggiungere gli ambienti digitali dove i ragazzi passano molto tempo. Deve impegnare i media in un’opera di corretta informazione molto più di quanto sia stato fatto finora. Ed è in questa direzione che abbiamo avviato una interlocuzione proficua con i principali network, per correggere messaggi fuorvianti che troppo spesso abbiamo ascoltato in passato. 

Secondo: le istituzioni devono parlare chiaro, sempre. Perché la droga non è un diritto: è una minaccia per la salute, la dignità, la libertà delle persone. Non si deve avere paura di affermarlo, ripeterlo, sottolinearlo ogni volta che è necessario. 

Terzo: a chiunque chiede aiuto deve essere garantito un percorso di cura adeguato, personalizzato, senza barriere, senza discriminazioni. Non una risposta semplicemente sanitaria, ma una proposta di vita integrale, come avviene proprio nelle tante comunità di recupero disseminate sul territorio italiano. E che, da qui, voglio salutare e ringraziare una a una, perché sono loro a fare la differenza. E voglio salutare, ovviamente, e ringraziare coloro che animano queste comunità, che sono esattamente come San Patrignano, luoghi di speranza e rinascita. 

Quarto: il recupero è l’obiettivo finale di tutto quello che facciamo. E oggi avrete modo di vederlo anche con i vostri occhi, visitando i principali settori nei quali si articola San Patrignano. Perché solo quando una persona riesce a ritrovare un lavoro, a ricostruire delle relazioni, a riconquistare il proprio posto nella comunità, può finalmente dirsi libera. E una Nazione che restituisce un futuro a chi l’aveva smarrito diventa più forte, più coesa, più ricca di talenti. 

Ci impegniamo a fare tutto questo insieme ad altri preziosi alleati. Insieme all’Agenzia Europea sulle droghe, al Consiglio d’Europea, alle Nazioni Unite, a partire dalla prossima riunione dalla Commissione stupefacenti a Vienna. Perché la linea più efficace da seguire, dentro e fuori i confini nazionali, è quella che abbiamo delineato qui oggi: prevenire e fare squadra. 

Quindi, cari amici, questo luogo ci consegna sostanzialmente una certezza: che nessuno è perduto per sempre, che ogni vita può essere riconquistata, come ci insegnano Jessica e tutti i ragazzi di San Patrignano. 

Ed è questo l’impegno che dobbiamo prendere oggi insieme: non arrenderci di fronte ai trafficanti, non arrenderci di fronte a chi banalizza la droga e non arrenderci, soprattutto, di fronte a un ragazzo che sembra perduto, perché non lo è. Ed è questa la sfida che definisce ciò che siamo e ciò che intendiamo essere. Per i nostri figli e per chi verrà dopo di noi. 

Grazie a tutti, viva San Patrignano! 
 

Programma (.pdf)

Dichiarazione ECAD sulla prevenzione e sul recupero dalle dipendenze

ECAD, Incontro internazionale sulla prevenzione e il recupero dalle dipendenze, le conclusioni del Sottosegretario Mantovano

L’intervento conclusivo del Sottogretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, all’Incontro internazionale di alto livello sulla prevenzione e il recupero dalle dipendenze, tenutosi a San Patrignano.

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Grazie a tutti voi, grazie alla Comunità di San Patrignano per la splendida accoglienza, grazie in modo particolare all’on. Letizia Moratti, cofondatrice di questa realtà che era esemplare in Italia e adesso lo è in Europa e nel mondo ancora di più dopo la giornata di oggi. 

Grazie a tutti i rappresentanti delle delegazioni che sono intervenuti in modo molto efficace, molto sintetico per necessità di tempo, ma molto efficace durante i lavori. 

Un ringraziamento particolare al Presidente Macron e agli amici francesi con cui condividiamo la presidenza di questa coalizione, e se potete permetterlo, un grazie particolare alle Forze di polizia che hanno lavorato incessantemente perché questo incontro si svolgesse in assoluta sicurezza e al Dipartimento per le Dipendenze della Presidenza del Consiglio che è stata l’anima pulsante dell’organizzazione di questi lavori, insieme con San Patrignano.

All’inizio dei nostri lavori oggi la Presidente Meloni ha descritto il luogo che ci ospita, San Patrignano, come “speciale, unico, eccezionale”, perché in esso si può cogliere “il significato concreto della parola “recupero””, ricorderete che si è molto soffermata sul senso etimologico del termine.

Immagino che la visita che avete svolto nella tarda mattinata di oggi vi ha confermato in questa percezione. E colgo l’occasione per ringraziare i ragazzi che ci hanno fatto da guida nei vari settori. 

San Patrignano non è un caso isolato. Tra le ricchezze che l’Italia custodisce vi è la fitta rete di realtà che ogni giorno combattono la guerra, silenziosa ma vera, contro le dipendenze. Sono 587 i Servizi pubblici per le Dipendenze (SerD), strutture del Sistema Sanitario Nazionale, che occupano circa 6.000 specialisti tra medici, infermieri, assistenti sociali, educatori, psicologi; servizi capaci di dare assistenza nel solo 2025 a oltre 130.000 persone per problematiche legate all’uso di stupefacenti o di farmaci non prescritti. Le strutture terapeutiche sono 913, e sono dotate di una capacità ricettiva complessiva di circa 14.000 posti, gestite per oltre il 90% da organizzazioni del Terzo Settore.

È un modello complesso, frutto di un’originale combinazione tra pubblico e privato sociale, in un’ottica di complementarietà: i Serd con compiti principalmente di valutazione, presa in carico e definizione dei programmi terapeutici. 

Le comunità, a loro volta, non costituiscono un sistema monolitico. Presentano differenze interne, espressione delle differenti sensibilità che animano il settore: ciascuna di loro ha in qualche modo l’impronta del suo fondatore. Talune comunità hanno un orientamento prevalentemente educativo, altre sono votate a una maggiore integrazione tra interventi psicologici, psicoterapeutici e sanitari. Ed è una ricchezza tutta italiana, che permette di fare fronte alle variegate domande di percorsi di recupero. 

Ciascuna di queste realtà condivide però l’elemento portante del modello italiano della lotta alle dipendenze: una visione dell’Uomo in cui – come più volte oggi sottolineato dalla Presidente Meloni all’on. Moratti, fino al segretario generale del Consiglio d’Europa Berset -, non vi è solo il profilo sanitario e farmacologico, ma vi è la persona nella sua interezza. 

E colgo l’occasione per esprimermi, cari colleghi, col massimo della franchezza, come impone la materia e il contesto: se abbiamo come riferimento la persona, mi permetto di proporre di non adoperare più una espressione, che pure ho ascoltato in più di un intervento, harm reduction. Immagino che sia stata ripresa in automatico, perché in uso da tempo in vari documenti. Propongo però di metterla da parte perché è fuorviante: quando una persona è schiava di una sostanza, liberare quella persona non si ottiene continuando a somministrarle droga, se pure in quantità gradualmente inferiore. La si ottiene aiutandola ad allontanarsi completamente dalla fonte del suo asservimento. 

Sostituiamo quindi – è la proposta che mi permetto di avanzare, non per questa occasione ovviamente ma per i nostri prossimi incontri – all’espressione ‘riduzione del danno’ l’espressione ‘recupero della persona’. Altrimenti non avrebbe avuto senso ritrovarsi qui a San Patrignano. 

Guardare alla persona significa poi che l’approccio deve essere sempre multidisciplinare, non esclusivamente sanitarizzante. Perché considera anche le condizioni psicologiche, familiari, relazionali, educative, sociali e lavorative della persona. È una impostazione che oggi ha un peso ancora maggiore alla luce dell’evoluzione del fenomeno.

E tutto ciò è basato sulla fiducia nella capacità di ogni donna e di ogni uomo di ricostruire sé stesso, se aiutato, in un’ottica di reinserimento integrale. Questa fiducia non anima soltanto gli operatori sul campo, anima anche le istituzioni.

Lo dimostra una delle più recenti iniziative cui ha fatto cenno la Presidente Meloni questa mattina: l’ampliamento, realizzato con la legge n. 140 di quest’anno, è una legge italiana, della possibilità, per i tossicodipendenti, di fruire di misure alternative al carcere.

La legge ha previsto che i tossicodipendenti che hanno commesso un reato causato dalla propria dipendenza, per il quale vi è stata una condanna a pena detentiva, anche residua, fino a 8 anni di reclusione, possano accedere a programmi terapeutici socio-riabilitativi in forma di detenzione domiciliare in strutture come questa di San Patrignano.

È un salto culturale e operativo radicale: il carcere non può essere la sola risposta alla droga. Va data un’alternativa, e deve essere seria e concreta. 

Ma il modello italiano ha qualcosa di più: intanto ha la capacità di fare squadra. Non sempre è facile. Non è stato così in passato. Ma posso testimoniare che avviene con sempre maggiore intensità ed efficacia. Sta avvenendo, per esempio, nel contrasto alla diffusione del fentanyl e gli oppioidi sintetici. È il senso dello slogan che ha attraversato i lavori della 7^ conferenza nazionale sulle dipendenze, tenutasi in Italia nel novembre 2025, “insieme si può”.

E in più vi è pure il rigore scientifico che ispira le nostre politiche, che hanno senso solo se fondate sulle evidenze fornite dal mondo universitario e della ricerca, abbandonando le prospettive ideologiche che hanno condizionato e condizionano ancora in modo negativo. Grazie agli accordi sottoscritti con diversi atenei nazionali, possiamo contare sulle analisi tossicologiche sul territorio, fondamentali per offrire un quadro approfondito e aggiornato sull’effettiva diffusione delle sostanze. A ciò si aggiungono le indagini statistiche per il rilevamento del fenomeno.

Proprio l’attenzione al dato di realtà offerto dal mondo scientifico ci conforta nell’assumere scelte difficili, volte anzitutto alla protezione dei minori.

È avvenuto lo scorso anno, quando abbiamo affrontato il problema della vendita di infiorescenze della Cannabis Sativa Linnaeus nei “cannabis shop”: numerosi esercizi commerciali non si limitano a vendere prodotti derivati dalla canapa privi di capacità drogante, come saponi, cosmetici, ecc. Vendono anche inflorescenze della cannabis e suoi derivati, contenenti una dose di THC erroneamente qualificata “leggera”.

A parte che è complessa la verifica, in concreto, del rispetto dei limiti di principio attivo presente nei prodotti venduti, da parte della autorità di polizia, il fenomeno ha avuto effetti devastanti sul piano della prevenzione, perché instilla, soprattutto nei più giovani, la falsa idea di legalizzazione della cannabis, se pure impropriamente definita “light”. 

Con una legge del 2025 abbiamo finalmente ribadito che la commercializzazione di prodotti con efficacia drogante è sempre vietata, in linea peraltro sia con la normativa europea sia con la Convenzione Unica sugli Stupefacenti di New York del 1961.

Guardiamo con preoccupazione, cari colleghi europei, ad alcune iniziative normative europee attualmente in negoziato: mosse dal condivisibile obiettivo di evitare distorsioni nel mercato unico, esse consentirebbero l’importazione di inflorescenze di cannabis con una quantità di THC seppure inferiore a una certa soglia. 

Riteniamo di vitale importanza vigilare, soprattutto adesso che il negoziato è in corso in sede europea, perché le filiere produttive legali della cannabis per scopi industriali non vengano strumentalizzate per usi impropri o illeciti, come la commercializzazione di infiorescenze per il consumo ricreativo: questo fenomeno rischia di eludere le restrizioni vigenti e di favorire la diffusione di quella che è a tutti gli effetti una sostanza stupefacente, vanificando l’impegno profuso ogni giorno.

Dalla dichiarazione di Rimini, da voi condivisa e che adottiamo al termine di questa giornata, come è stato anticipato dalla nostra amica giornalista Eva Crosetta – che ringrazio per la pazienza e per la competenza con cui ha condotto i lavori di questa giornata – vengono fuori messaggi chiari: assumere stupefacenti non è una scelta di libertà; la prevenzione deve basarsi su dati scientifici; siamo tutti impegnati a mantenere elevato il livello di consapevolezza degli effetti nocivi del consumo di sostanze, soprattutto tra i giovani. 

In occasione della giornata internazionale contro la droga, lo scorso 26 giugno, ricevendo molto di noi al Quirinale, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ringrazio per la costante vicinanza, e anche per il messaggio che oggi ha voluto mandarci, diceva che se tutto questo lavoro servisse per far uscire anche una sola persona dalla dipendenza dalla droga, comunque ne varrebbe la pena. 

È l’impegno che viene fuori dalla giornata di oggi. È quanto, con l’aiuto di Dio e con l’impegno di ogni Nazione e organizzazione qui rappresentata, da oggi faremo con convinzione e con forza, se possibile, ancora maggiori.

Grazie a tutti voi.